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Andrea Ebana, dall’Aurora alla conquista dell’Europa, con un sogno azzurro nel cuore. Il tecnico venariese, protagonista in Bundesliga con le ragazze di Dresda, ripercorre le tappe della carriera tra grandi soddisfazione e qualche piccola delusione

I tempi d’oro della nostra pallavolo sembrano lontani. I favolosi anni Novanta della generazione dei fenomeni in campo maschile e le vittorie delle ragazze guidate da Bonitta e poi da Barbolini nel decennio successivo sono solo un ricordo. Eppure la nostra pallavolo continua a essere un paese guida in ambito internazionale, grazie ai risultati ottenuti dai nostri allenatori. Pensiamo a Guidetti, Barbolini, Abbondanza ma questi rappresentano solo la punta dell’iceberg di un esercito di tecnici che si fanno onore in Europa. E tra questi brilla anche un tecnico venariese, Andrea Ebana, classe 1984, che fa parte dello staff tecnico del Dresda, formazione tedesca. Ebana ha mosso i primi passi, come allenatore, con l’Aurora. La storica società venariese per il giovane allenatore venariese rappresenta una questione di cuore,

Che ricordi hai delle stagioni all’Aurora?

Parlare di Aurora Venaria per me è come parlare di casa, di famiglia: è infatti grazie a mio nonno , Pierino Casini, se mi sono avvicinato alla pallavolo con tanta passione.: se dal punto di vista “tecnico” l´Aurora e´stata la società con cui ho smesso di fare il giocatore ed iniziato la carriera da allenatore iniziando a raccogliere dei risultati, dal punto di vista umano è  molto di più.

Quattro stagioni all’Aurora. Anni molto intensi e ricchi di soddisfazioni

Sicuramente. Ho guidato le categorie giovanili, raggiungendo la fase regionale per tre volte (le uniche nella lunga storia della società) e la Serie D femminile, riuscendo a mantenere la categoria.

Quindi la prima esperienza tedesca con il SC Potsdam, come assistente allenatore, dal 2012 al 2014. Come è andata?

Era una società neopromossa, ed entrambi gli anni abbiamo raggiunto la qualificazione ai playoff scudetto, miglior risultato nella storia del club.

Nel 2014 sei rientrato in Italia con la formazione di Urbinoin serie A1, assistente allenatore fino a dicembre, e poi promosso capo allenatore. Una stagione tutt’altro che facile.

Si, eravamo in una situazione societaria disastrosa (difatti a fine anno il club è fallito lasciando moltissimi debiti anche verso noi tesserati), ma ho comunque incontrato delle belle persone, giocatrici importanti, tecnici validi con cui ho collaborato, in generale uno “svezzamento” decisamente duro verso l´alto livello.

La stagione successiva il passaggio a Cuneo. Deluso dall’epilogo di questa esperienza?

A Cuneo abbiamo iniziato un progetto importante in un club molto giovane nel settore femminile, con l´obiettivo di arrivare in Serie A: sia nella prima sia nella seconda stagione abbiamo collezionato ottimi risultati  ed alla fine l’obiettivo è stato raggiunto (Ebana è stato esonerato nelle fasi finali della sua seconda stagione cuneese ndr). Benché sia professionalmente dispiaciuto, debbo dire che sento mio quel risultato, e sicuramente sono fiero di aver gettato delle basi importanti, e sicuramente onorato di aver contribuito al successo. Non direi deluso: anche se mi sarebbe piaciuto portare a compimento un progetto.

Dopo Cuneo c’è stato l’immediato riscatto. Come è maturata la decisione di tornare in Germania?

L´esperienza di Cuneo ha avuto un risvolto positivo: il costringermi a riflettere. Nei momenti negativi ci sono sempre due possibilità: cercare alibi oppure cercare soluzioni per migliorare ancora. Ho scelto la seconda strada, che si è concretizzata qui a Dresda (il club piu titolato negli ultimi 10 anni qui in Germania, con 5 scudetti, 2 coppe di Germania ed una Challenge Cup), e ne sono molto fiero.  Stiamo vivendo una stagione esaltante (primi in campionato, finale di coppa di Germania, quarti di Cev Cup), ma va detto che ad oggi non abbiamo ancora vinto niente: quello che abbiamo fatto è costruirci l´opportunità di vincere in futuro, il che è la condizione migliore possibile per uno sportivo: la prima vera data in cui possiamo vincere qualcosa è il 4 marzo, con la finale di Coppa di Germania, e vedremo se saremo capaci di farlo.

Allenatori italiani all’estero. Un fenomeno che va molto di moda: Guidetti, innanzitutto, ma anche Barbolini, Abbondanza. Gli italiani insegnano all’estero proprio quando i successi delle nostre rappresentative sono in calo, crede sia un paradosso?

Innanzitutto vorrei dire che si tratta di grandi allenatori, con tantissima esperienza ed un palmares ricchissimo: io oggi non sono nemmeno lontanamente paragonabile a loro e un giorno spero di avvicinarmi ai loro successi, ma la strada è ancora lunghissima. Sicuramente all´estero la “scuola italiana “ e´ molto apprezzata (oltre ai nomi che hai fatto, che sono la punta dell´iceberg, se ne contano tantissimi altri), e questo perché l´investimento formativo della nostra federazione è alto rispetto all´estero : in Italia per diventare allenatore bisogna studiare almeno 5/6 anni, mentre per diventarlo in Germania, ad esempio, ne bastano 2. D’altro canto però, all’estero i club progettano e volentieri affidano la guida a tecnici preparati, lasciando spesso il tempo per lavorare: in Italia siamo impazienti, vogliamo tutto e subito, e questo a volte porta a scelte sbagliate. Io credo, parlando di settore femminile , che in realtà i progetti federali sul giovanile funzionino benissimo (abbiamo vinto molti titoli, anche mondiali negli ultimi anni), e che oggi con un grande allenatore come Davide Mazzanti se ne stia creando anche uno importante a livello seniores. Bisogna lasciargli il tempo, senza abbattersi e cedere alla tentazione di gettare via tutto qualora i risultati non arrivino subito : abbiamo tutto per tornare una grande potenza del volley, ed all´estero siamo molto rispettati.

La situazione della pallavolo in Italia. Sembra che i grandi successi delle nostre nazionali non abbiano avuto l’adeguato riscontro nel grande pubblico. E’ d’accordo? Come mai le grandi piazze sembrano fuori dal grande volley?

Sicuramente la pallavolo è uno sport minore: facciamocene una ragione e smettiamola di paragonarla al calcio. E dobbiamo smetterla proprio perché un appeal importante la pallavolo lo ha senza imitare nessuno: i palazzetti sono sempre pieni, per i grandi eventi si registrano grandissimi numeri, siamo lo sport con il maggior  numero di praticanti dopo il calcio. Siamo il maggiore degli sport minori, mettiamola così, ma non è una nicchia così piccola. Penserei meno ai dati auditel (non possiamo pensare che la nazionale di pallavolo faccia registrare lo share di quella di calcio), e di più a come con pazienza, mantenere ed aumentare quello zoccolo duro di affezionati. Sulle grandi piazze, è un discorso molto collegato a questo in fondo: se avessimo una grande squadra di pallavolo a Torino, quanti la domenica la preferirebbero alla Juventus o al Torino? Tante volte si è provato a portare la pallavolo nelle grandi città , ma senza successo: la dimensione della pallavolo sono le città medio/piccole , dove può ricoprire un ruolo centrale nella vita sociale degli abitanti senza gareggiare con il calcio che ha evidentemente un bacino d´utenza ed un budget diversi (posso citare almeno 10 medio piccole cittä dove funziona benissimo come pubblico e risultati, senza gareggiar col calcio: Modena, Trento, Perugia, Civitanova Marche, Novara, Bergamo, Busto Arsizio, Treviso, Vibo Valentia, Piacenza)

Per concludere un commento sulla pallavolo a Venaria.

La pallavolo, come lo sport in generale, deve sempre ricoprire una valenza ed un ruolo sociale importante per la città di Venaria. Sicuramente un pomeriggio in palestra ad inseguire un obiettivo , con un gioco di squadra in cui imparare dei valori, è meglio di un pomeriggio passato a fare ragazzate in viale Buridani. Ai genitori dei giovani venariesi  suggerirei, se proprio vogliono trasmettere emozioni ai loro figli, di provare lo sport: é una droga salutare da cui sarà difficile staccarsi. Il ruolo sociale dello sport nell’educazione è inestimabile: per questo le società devono tenere duro ed andare avanti, anche quando sembra difficile. A questo proposito, alla politica locale chiederei di provare ad agevolare lo sport, di vederlo come una opportunità e non come un fastidio necessario (e sono pronto a confrontarmi con chiunque sostenga il contrario, perché ho vissuto sulla mia pelle cosa vuol dire provare a trovare una palestra adatta a Venaria senza perdersi nei mari del politichese).  Proprio questi sono alcuni dei motivi per cui un giorno, lontano nel tempo, mi piacerebbe tornare: per far rivivere la società dove ho iniziato il mio cammino, contribuire a portare avanti lo splendido lavoro che ha fatto per anni, fare in modo che cresca l’intero movimento cittadino venariese, da tutti i punti di vista.

Qual è il sogno come allenatore?

Nell’estate 2016 sono stato assistente allenatore della Nazionale Ungherese femminile, partecipando alle qualificazioni ai campionati europei ed alla World League. Non escludo di riprendere il mio percorso a livello di nazionali e in tale ambito il mio sogno sarebbe quello di vestire i colori della mia nazionale, anche se è assi difficile, essendo il sogno di qualunque pallavolista italiano!

Infine la domanda classica: un allenatore o un giocatore a cui ti sei ispirato. Quali sono i tuoi modelli in campo e in panchina?

Sui giocatori non voglio far torto a nessuno, perchè credo che davvero si impari ogni giorno qualcosa da tutti i giocatori con cui condividi le quotidianità in palestra: sarei falso se non dicessi che ciascuna di loro mi ha insegnato qualcosa.

Come allenatori, ce ne sono alcuni con cui ho lavorato e devo ringraziare, perché comunque da loro ho “rubato” moltissimo e restano dei riferimenti tecnici:  Alberto Salomoni (allenatore del Potsdam), Jan De Brandt (tecnico della Nazionale un gherse) , perchè mi hanno dato opportunità importanti, come oggi sta facendo Alex Waibl /capo allenatore del Dresda).

Come riferimenti, in Italia abbiamo tantissimi grandi allenatori, dei veri e propri fuoriclasse, credo ci sia solo l’imbarazzo della scelta: pensiamo al coach della nazionale Mazzanti, a Guidetti (l’allenatore più vincente degli ultimi anni), a Mencarelli (oggi a Busto ma capace di inanellare titoli con le nazionali giovanili), a Caprara (che ha vinto perfino da allenatore della nazionale russa).

Insomma più che ispirarsi ad un modello, ritieni sia importante prendere spunto da esperienze diverse?

In generale, credo sia necessario aggiornarsi continuamente, seguendo il lavoro di molti allenatori e staff diversi. In questo senso sono molto curioso: ricordo che già dai tempi dell’Aurora andavo a seguire spesso il professor Bosetti ad Orago, ed appena possibile faccio lo stesso (ad esempio questa estate ho potuto seguire Luca Cristofani, un maestro del lavoro sul giovanile). Diciamo che in questo senso il prossimo “desiderio” per imparare ed aggiornarmi, non so quanto lontano , è quello di andare a vedere come funziona il sistema negli States, con un tour delle migliori università ed il sogno di vedere da vicino il lavoro di un’istituzione come Karch Kiraly con la nazionale USA.