Hai smesso di soffrire. Hai deciso, crediamo, di lasciarti andare. Eppure in questi ultimi anni hai sempre mostrato uno straordinario attaccamento alla vita. A questa vita, anche a questi giorni che la malattia aveva reso così sofferenti. Pesanti. Inspiegabili. Ma tu, Pino lo volevi, lo desideravi, lo speravi: vincere questa battaglia che si presenta, come sempre, impari. Bastava osservare, anche nelle ultime settimane, i tuoi occhi luminosi che risaltavano in quel tuo viso scarno e segnato dal dolore, per percepire quanta vita, quanta voglia di vivere ti scorreva dentro. Quanto grande era il tuo desiderio di accompagnare i tuoi affetti più belli, più grandi: tua moglie Tiziana ed i tuoi tre figli: Iris, Irene e Pietro.

La mia mano trema, i miei occhi sono lucidi mentre sono qui a raccontare quello e quanto ho conosciuto di te, Pino Fiorenza. Per tutti, e soprattutto per i residenti ed i commercianti del Centro Storico, semplicemente ‘Pino del Nazionale’. Per me certamente un amico. Un uomo, tu, che ad una prima superficiale impressione davi la sensazione di essere burbero, scontroso, persino antipatico. Ma faceva parte del tuo modo di essere, del tuo essere legato a principi e valori di un tempo che non c’è più, e che oggi con troppa superficialità vengono calpestati.
Nato, 58 anni fa, a Stilo in provincia di Reggio Calabria. Uno dei 14 figli della tua numerosissima famiglia.
Hai trovato e condiviso l’amore, e poi il lavoro, con la dolce e premurosa, fino all’ultimo istante, Tiziana. Unione che è stata coronata dalla nascita di 3 figli. Sei stato un lavoratore instancabile.
E dal 1996 la sfida più avvincente: avete scelto con Tiziana, cambiando sostanzialmente vita, di rilevare lo storico Caffè Nazionale in piazza Annunziata, trasformandolo nell’Osteria ‘l Cantün. Ti sei gettato a capofitto in questa avventura che richiedeva sacrificio, impegno, dedizione. E tu tutti i giorni eri ligio e attento al tuo lavoro.
A questa nuova attività. La proteggevi la tua professione a tal punto che talvolta apparivi duro. Persino severo. Ma era il tuo modo per nascondere anche le tue paure e debolezze caro Pino. Un uomo di altri tempi, insomma. Persona seria, tutta di un pezzo. C’erano momenti per ridere e scherzare, e sapevi essere presente in prima fila, ma sul lavoro no. Durante le ore di lavoro eri il primo che davi l’esempio, e quando occorreva con toni anche accesi, riportavi tutti in riga. Per te la serietà e professionalità non erano requisiti trascurabili su cui soprassedere.
Sí, da quando ho avuto la fortuna di conoscerti hai sempre dimostrato di essere un determinato, deciso, ma un buono. Non eri capace di tradire, di fare agguati, di accoltellare alle spalle. Uno semplice nei modi e nel linguaggio. Ma essenziale. Pratico. Consapevole che o ti si amava o ti si odiava: non c’era una via di mezzo. Eppure con poche parole non avevi timore di esporti, di affermare il tuo pensiero. Di trasmettere la tua vicinanza, il tuo consenso.
Quante volte confrontandoci, mentre mi preparavi un caffè, mi invogliavi a non mollare, a continuare a battagliare. E li rivedo, li ricordo quegli occhi. Erano colmi di desiderio, di determinazione. La stessa che anche senza parlare, nel silenzio dei tuoi pensieri, dimostrava, fino a pochi giorni fa, quanto non volessi darti per vinto, quanto di fronte al male, fosse grande la tua voglia di continuare ad esserci.
Di restare vicino a coloro a cui hai voluto bene. Sforzo immane, fatica al di lá di ogni sopportazione umana. Prima di cedere. Di addormentati. Di spegnere la luce. Per sempre. Noi, soprattutto le tue gioie che amavi alla follia, piangiamo la tua assenza. Il distacco è difficile da accettare e comprendere. Caro Pino, da lassù, stacci vicino ed aiutaci ad asciugare queste lacrime. Insegnarci ad avere un po più di rispetto gli uni per gli altri.