Due ragazzi portano un cartellone tutto colorato. Hanno incollato alcune foto di  Peppino Impastato e le hanno legate tra loro, con scritte fatte con i pennarelli. C’è uno spazio vuoto. I due ragazzi della scuola media Lessona porgono il cartellone a Giovanni Impastato e armati dell’audacia un po’ impacciata dell’adolescenza, gli chiedono se può scrivere qualcosa. Giovanni li guarda negli occhi. Ha parlato per due ore nell’auditorium della scuola colmo di studenti, ha risposto alle loro domande dirette, ingenuamente crudeli – Cos’hai provato quando hanno ucciso tuo fratello? Che cosa si prova ad avere un padre mafioso? Perché non sei diventato mafioso anche tu?…

Lo sguardo di Giovanni e le parole da lui pronunciate non tradiscono stanchezza ma un’imperturbabilità cristallina. Ciò che ha visto e vissuto non lo hanno abbattuto ma, come dice lui stesso “Mi ha avvicinato ancora di più a Peppino. Il dialogo con lui, dopo l’assassinio è continuato, parlando con i giovani, nelle scuole, rispondendo alle loro domande. Perché la voce di mio fratello, dopo la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, la sua razionalità, la sua sensibilità e soprattutto il suo coraggio, hanno illuminato una nuova strada. La sua lotta non si è fermata”.

Giovanni Impastato, ospite dell’ANPI di Venaria, ha portato i suoi ricordi, le sue esperienze, nelle scuole. Due giorni intensi, dove non si è risparmiato, seguendo una tabella di marcia serratissima, passando da un istituto all’altra, portando avanti il suo compito come una missione.

“Mio fratello non è stato un fenomeno isolato, ma si inserisce in un percorso di lotta e di rivoluzione che in Sicilia ha profonde radici. Dall’occupazione delle terre incolte alla strage di Portella della Ginestra. Peppino è figlio di quel bisogno di giustizia sociale che in Sicilia – parafrasando Sciascia ne La Sicilia come metafora – faceva parte di un fenomeno ben più grande e che oggi più che mai, deve essere ricordato. Per questo sono importanti i luoghi della memoria, dalla casa dove è cresciuto, al casolare dove è stato ammazzato”.

Parlare con i ragazzi, educare alla legalità è lo scopo del suo viaggiare per tutta Italia. Far capire quali sono i modelli da prendere come esempio. Lui che ha avuto la fortuna di averne uno come Peppino, non si trattiene dal confessare una certa preoccupazione nello scadere delle scelte di oggi. “Maria De Flippi, L’isola dei famosi, i calciatori, il tempo speso sui social, come possiamo far crescere una generazione di giovani responsabili e con un forte senso della giustizia, se hanno questi modelli? Il calcio, per esempio, deve avere una forte funzione didattica. Qual ragazzo che a Marzabotto,  dopo aver segnato, ha mostrato la sua maglietta con il simbolo della RSI esibendosi nel saluto fascista, mi chiedo quale messaggio possa lasciare ai nostri ragazzi?”

Giovanni Impastato in questi due giorni a Venaria ha indossato con orgoglio il fazzoletto dell’ANPI “I valori della Resistenza – continua – che hanno spinto quei ragazzi a salvare l’Italia dal disastro, lottando contro il fascismo, sono gli stessi che hanno spinto mio fratello a combattere contro la mafia e nel quale anche io mi riconosco. Ma a differenza dei partigiani, Peppino, ha combattuto i mafiosi, con un’arma che nessuno fino a quel momento aveva usato. La sia Resistenza era nell’ironia. L’umorismo, lo sberleffo, l’umiliazione di essere presi in giro, per i mafiosi, ritenuti fino a quel momento intoccabili, era un affronto enorme. Peppino è stato il primo e  lo ha pagato, con la vita. Ma ha vinto”

Giovanni racconta con commozione la scelta di sua madre :“Ha deciso di difendere mio fratello con un coraggio impensabile per una donna di quella generazione.” E ricorda ciò che fece dopo la morte del fratello: “In Sicilia c’era l’usanza di chiudere tutto, per celebrare un lutto. Serrare porte e finestre. Vivere nell’oscurità. Mia madre fece un gesto di profonda rottura con la tradizione e la cultura mafiosa. Ordinò a tutti di non chiudere niente, ma di spalancare le porte, fare entrare la luce e far conoscere la storia di Peppino. Mai più dovrà chiudersi la porta di casa mia! Così nacque la Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato. Molti mi chiedono se provo odio per quelle persone. Cosa provo ogni volta che entro nella casa di Badalamenti, ora bene confiscato. In quel luogo è stata decisa la condanna a morte di mio fratello, ma non voglio che venga demolita, come qualcuno ha proposto. Non voglio neanche che venga distrutto il casolare dove è stato ammazzato. Sono luoghi della memoria storica. È indispensabile conservare questi luoghi, perché solo visitandoli, siamo in grado di comprendere ciò che è accaduto e pensare di costruire un futuro migliore. La memoria di mio fratello è viva grazie a tutto questo”.

Proprio per questo Giovanni porta la sua missione nelle scuole. La memoria storica deve passare attraverso i ragazzi e lo fa instancabilmente.

A maggio del 2018 sono quarant’anni dalla morte di Peppino Impastato. Molti progetti sono avviati per ricordarlo, ma soprattutto le scuole di tutta Italia sono invitate a celebrare quel giorno, con un messaggio di speranza. Giovanni, al termine della chiacchierata, invita gli studenti a venire a visitare la Casa Memoria e loro, con entusiasmo, rispondono all’invito.

L’auditorium si svuota e rimangono i due ragazzi con il cartellone davanti al tavolo dove è seduto Giovanni. Lui prende un pennarello rosso e scrive “Grazie di tutto con grande affetto nel ricordo di Felicia e Peppino” e lo riconsegna, con un sorriso, ai due che vanno subito ad appenderlo nel corridoio, accanto a quello di Falcone e Borsellino. Un messaggio affettuoso che certamente ha lasciato un segno nella memoria di questi ragazzi.